Siracusa, la Waterloo della politica

Si avverte quasi un certo orgoglio malcelato, frequentando la piazza virtuale dei social network, quando un cittadino siracusano condivide un articolo nel quale la sua città viene definita “la più inquisita d’Italia”.

D’altronde nell’era delle apparenze virtuali chiunque gestisca anche un piccolo blog sa che un titolo d’effetto vale più, ma molto di più, di un contenuto forbito e ben curato. Anzi, a volerla dire tutta, la stragrande maggioranza dei contenuti condivisi sui social media di curato e forbito ha poco o nulla.

12 filoni di indagini con circa 70 indagati è il mantra che vediamo ripetuto, con ossessione, dai cittadini furiosi e frustrati, convinti di essere nelle mani di personaggi inadatti al loro ruolo, per usare un eufemismo. Una reazione tutto sommato nella norma, anzi sarebbe forse grave il contrario.

C’è un problema politico serio però quando le inchieste, alcune delle quali riguardano anche la passata legislatura, diventano l’unico argomento del dibattito cittadino, trascurando invece gli enormi problemi che la città continua ad avere e anzi, in certi casi, costringendo coloro che dovrebbero affrontarli e risolverli a distrarsi per “parare i colpi”. E il problema diventa ancora più grande quando le carte della Procura diventano terreno di scontro senza quartiere tra fazioni politiche, come se fosse possibile tirare per la giacchetta chi per legge ha il dovere di rappresentare lo Stato nei procedimenti penali.

Ed è questa l’impasse che vive oggi la città di Siracusa: da una parte gli accusatori “integralisti”, per così dire, capitanati dalla consigliera Simona Princiotta, decisa a scoperchiare “a pignata” (la pentola, per i non siciliani) ad ogni costo, tutelata da una parte del Partito Democratico oggi non rappresentata al governo della città; dall’altra le correnti del PD maggioritarie, detentrici del “potere” amministrativo ma spesso non in grado di esercitarlo al meglio, per motivi non sempre dovuti a specifiche mancanze dei singoli.
Un equilibrio da sempre precario, figlio di disaccordi politici e in certi casi anche personali mai sopiti, sfociato spesso in atteggiamenti ostruzionistici estremi tali da bloccare in molte circostanze la macchina amministrativa (si vedano ad esempio le numerose sedute infruttuose di commissioni e consiglio comunale).

Sul campo di battaglia della “guerra” siracusana, Simona Princiotta ha assunto senza dubbio alcuno il ruolo di generale, impegnata in una lotta senza esclusione di colpi non solo verso il presunto – fino a sentenza definitiva che dice il contrario – malaffare diffuso ma anche, ed è altrettanto innegabile, volta ad annullare politicamente la parte del Pd che in qualche modo si può ricondurre al sindaco Giancarlo Garozzo.

Le inchieste diventano dunque un’arma politica loro malgrado, perché fanno scalpore e perché da Tangentopoli in poi ricevere un avviso di garanzia in Italia è considerato come una prova di colpevolezza certa, in barba al garantismo di sostanza che la nostra Carta Costituzionale così magnificamente esprime attraverso l’articolo 27.

Ma ad aiutare la “guerra” (politica) di Simona è stata e continua ad essere proprio quella parte del Pd che mai l’ha accolta e che da un punto di vista comunicativo si trova sempre uno o due passi indietro, a cominciare dal gruppo consiliare autore ieri (domenica 19 giugno) di due comunicati stampa abbastanza incredibili.
Nel primo, senza firma, l’intenzione sarebbe dovuta essere quella di stigmatizzare le mozioni di sfiducia presentate dall’opposizione; il risultato è invece un elenco di nomi di consiglieri con relativi incarichi passati, pieno di astio e senza la benché minima presa d’atto di un gesto che, sebbene fastidioso, è nelle naturali prerogative del consigliere comunale di opposizione. Una reazione scomposta alla quale è poi seguito un invito alla pace e all’unità ecumenica nel gruppo del Pd, annunciando un incontro con gli onorevoli Amoddio e Zappulla, smentito poco dopo con una certa dose di sarcasmo dallo stesso Parlamentare riformista. Insomma una serie di gaffe ed errori imperdonabili, frutto forse del naturale nervosismo o dalla fretta di rispondere agli attacchi politici subiti.

In un contesto così agitato e preoccupante, è evidente che bisogna agire per priorità, partendo non dagli avvisi di garanzia, destinati al lavoro degli avvocati, ma dalle esigenze della città. L’azzeramento della giunta, o comunque un rimpasto importante, chiesto a gran voce da una parte del Pd (riformisti, Alessio Lo Giudice, Bruno Marziano) non può più essere considerato un tabù. E’ necessario tornare a governare, sul campo, per le strade, mettendoci la faccia e riscoprendo la stessa passione di tre anni fa. Naturalmente se questa passione è ancora presente.
Perché in caso contrario l’atto delle dimissioni, da chi scrive sempre difeso e tutelato, assurge ad elemento di rispetto e amore verso la propria città, soprattutto quando ci si rende conto che il proprio apporto non può più essere produttivo. Considerazione questa valida anche, se non soprattutto in quanto eletti e non nominati, per i consiglieri comunali di Siracusa.

Ostacolare la maggioranza, attraverso questa “guerra” senza quartiere, non può però in nessun caso trasformarsi in un tentativo di danneggiare indirettamente la città, perché questo non è il senso della lotta politica che contraddistingue le democrazie occidentali. Chi fa opposizione ha il dovere per prima cosa di provare a costruire un’alternativa credibile e, se deve distruggere, lo deve fare con precisione chirurgica, senza sparare nel mucchio, rimuovendo le parti malate e lasciando quelle sane.
Dire che sono tutti ladri, corrotti, incapaci senza fare i necessari distinguo significa di fatto fare populismo e quindi non dire nulla di concreto.

Chi si spende per la propria città, lo deve fare nell’ottica del bene comune, qualunque sia il suo ruolo politico e/o amministrativo. Soltanto seguendo questa luce le forze politiche e sociali della città, in perenne contrasto tra loro, potranno finalmente uscire dal tunnel dell’ignavia e dell’ordinaria amministrazione, per portare Siracusa verso una straordinaria e necessaria rinascita morale, politica, economica.

In caso contrario non ci resterebbe che constatare e celebrare amaramente la Waterloo, o se preferite la Caporetto, della politica siracusana.

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